1945-1970: Storia della lavatrice nei 25 anni che cambiarono l'Italia
Parte 6 di 7Candy, Zanussi e il boom del "bianco": quando la lavatrice conquistò l'Italia
Un lungo tragitto che, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, giunge fino al periodo più oscuro, ma anche denso di cambiamenti del nostro paese. Parliamo di profonde trasformazioni che sono state capaci di modificare sensibilmente la vita sociale italiana. Si tratta di un percorso estremamente interessante che analizzeremo grazie all'occhio attento di Enrica Asquer e del suo libro "La rivoluzione candida", pubblicato da Carocci.
Alla fine degli anni cinquanta l'industria italiana del "bianco" cominciò davvero a correre.
Dopo una fase iniziale lenta, incerta, quasi sperimentale, la produzione nazionale di elettrodomestici entrò in una stagione completamente nuova. Non si trattava più soltanto di imitare modelli stranieri o di occupare piccoli segmenti di mercato. Le aziende italiane iniziarono a costruire una propria identità industriale, tecnica e commerciale.
Fino a pochi anni prima, la lavabiancheria era ancora percepita come un bene costoso, quasi elitario. Un prodotto destinato a famiglie urbane con disponibilità economiche superiori alla media.
Ma l'Italia del miracolo economico stava cambiando rapidamente.
Crescevano i consumi, aumentavano le aspettative, si trasformavano le abitazioni e si affermava un nuovo desiderio di benessere domestico.
Un settore in cambiamento
In questo scenario, alcune imprese seppero leggere meglio di altre la direzione del cambiamento.
Candy e Zanussi, in particolare, compresero che la sfida non riguardava soltanto la capacità di produrre macchine efficienti. Il vero obiettivo era rendere la lavatrice un oggetto familiare, accessibile, desiderabile. Un prodotto non più distante dalla vita quotidiana, ma perfettamente inserito nell'immaginario della nuova casa italiana.
La svolta decisiva arrivò con l'automazione.
L'introduzione del timer e dei primi modelli automatici segnò un passaggio fondamentale nella storia del lavaggio domestico.
La lavatrice non chiedeva più di seguire manualmente ogni fase dell'operazione.
Poteva lavare, risciacquare e procedere secondo un ciclo programmato.
Era una trasformazione tecnica, certo. Ma soprattutto culturale.
La Candy Automatic
La Candy Automatic, lanciata nel 1958, rappresentò in questo senso una tappa decisiva.
Non fu semplicemente un nuovo modello immesso sul mercato.
Fu il segnale di una stagione industriale diversa. Nel giro di pochi anni, i vecchi apparecchi semi automatici e non automatici iniziarono rapidamente a perdere terreno.
L'Italia, partita in ritardo rispetto ad altri paesi europei, riuscì così a colmare il divario con sorprendente velocità.
Anzi, in alcuni casi seppe persino anticipare mercati più maturi.
Mentre in Gran Bretagna, ancora nei primi anni sessanta, le lavatrici semi automatiche e non automatiche conservavano una quota molto rilevante del mercato, le aziende italiane avevano ormai imboccato con decisione la strada dell'automatismo.
Il pragmatismo italiano
L'Italia non era stata tra le prime a sviluppare il settore. Non disponeva, all'inizio, della forza produttiva dei grandi gruppi tedeschi o americani.
Eppure seppe costruire una risposta originale, fondata su alcuni elementi molto precisi: attenzione ai costi, semplificazione funzionale, innovazione dei materiali, cura del design e capacità di intercettare il segmento medio-basso del mercato.
Obiettivo? La famiglia media italiana
Le imprese compresero che il successo non sarebbe arrivato vendendo pochi prodotti costosi a una ristretta élite. Occorreva invece produrre su larga scala, abbassare i prezzi, rendere la lavatrice compatibile con i redditi e gli spazi delle famiglie comuni.
Da qui derivarono molte innovazioni.
L'impiego della plastica al posto della tradizionale lamiera verniciata, per esempio, consentì di ridurre i costi e di alleggerire l'aspetto dei prodotti.
Ma permise anche di differenziare l'estetica degli elettrodomestici italiani rispetto ai modelli stranieri, spesso più pesanti, più rigidi, meno adatti al gusto emergente della nuova domesticità.
Il design diventò così parte integrante della strategia industriale.
La lavatrice non doveva più apparire come una macchina fredda e ingombrante. Doveva entrare nella casa senza turbarne l'equilibrio. Doveva comunicare ordine, modernità, pulizia. Doveva sembrare non soltanto utile, ma anche rassicurante.
Il boom degli stabilimenti
Le fabbriche del "bianco" diventarono luoghi simbolici del miracolo economico italiano.
Nuovi impianti, nuovi ritmi produttivi, nuovi posti di lavoro.
L'elettrodomestico non trasformava soltanto la vita delle famiglie; trasformava anche il paesaggio industriale del paese.
L'inaugurazione di stabilimenti moderni, la partecipazione alle fiere internazionali, i premi ottenuti dai prodotti italiani e l'espansione verso i mercati esteri contribuirono a consolidare l'immagine di un settore dinamico, ambizioso, competitivo.
Le riviste specializzate, come "Apparecchi elettrodomestici", accompagnarono e raccontarono questa crescita.
Informavano i rivenditori, illustravano le caratteristiche tecniche dei prodotti, seguivano l'apertura degli stabilimenti, documentavano il successo dei marchi italiani nelle esposizioni nazionali e internazionali.
Il rivenditore diventava l'anello fondamentale tra industria e famiglia.
Non bastava produrre una buona lavatrice. Bisognava saperla spiegare, presentare, vendere. Bisognava rassicurare il consumatore, superare le diffidenze, mostrare il vantaggio concreto dell'acquisto.
La lavatrice, infatti, restava un oggetto nuovo.
Per molte famiglie rappresentava un investimento importante. Per questo motivo la vendita richiedeva fiducia. E la fiducia nasceva spesso nel negozio, nel rapporto diretto con il rivenditore, nella dimostrazione pratica del funzionamento della macchina.
Nel giro di pochi anni, dunque, l'industria italiana riuscì a compiere un passaggio straordinario: trasformare la lavatrice da bene raro a oggetto sempre più presente nell'orizzonte delle famiglie.
Non era ancora una presenza universale. Non tutte le case italiane potevano permettersela.
Le differenze territoriali e sociali restavano forti. Il Nord correva più velocemente del Sud.
Le città più delle campagne. I ceti medi più delle famiglie popolari.
La lavatrice era ormai entrata nell'immaginario nazionale.
Appariva nelle vetrine, nelle fiere, nelle riviste, nelle pubblicità. Era il segno tangibile di una promessa: meno fatica, più tempo, più modernità.
Candy, Zanussi e gli altri protagonisti del "bianco" non stavano soltanto vendendo macchine.
Stavano contribuendo a costruire una nuova idea di casa italiana.
Una casa più efficiente, più privata, più ordinata.
Una casa in cui il benessere cominciava a misurarsi anche attraverso gli oggetti.
Una casa in cui la modernità non era più soltanto una parola, ma prendeva forma nell'oblò di una lavatrice automatica.
(continua)